di Enrico Bruni

È possibile separare l’uomo dal professionista? Sulla risposta a questo interrogativo gli italiani sono finalmente tornati ad interessarsi di valori etici e civici dopo un lungo periodo di torpore causato dalle preoccupazioni legate alla pandemia; questa è forse la cosa più importante che a Montanelli effettivamente andrebbe riconosciuta. 

A seguito dell’assassinio di George Floyd negli Usa da parte della polizia e l’abbattimento delle statue di personaggi con un passato da schiavisti, il movimento dei Sentinelli di Milano ha indirizzato una lettera al sindaco e al consiglio comunale chiedendo la rimozione della statua di Indro Montanelli dai Giardini pubblici di Milano. La scultura bronzea dell’artista Vito Tongiani raffigurante Montanelli fu realizzata cinque anni dopo la morte segnando così la prima contraddizione ad essa legata: come avviene spesso quando la politica rincorre i simboli in mancanza di una vera strategia, la tendenza tutta italiana del “Santo subito” non ha permesso una storicizzazione del personaggio celebrato e di conseguenza l’erezione di un monumento di questo calibro ha avuto un effetto boomerang a spese di chi si voleva celebrare. Cinque anni dalla scomparsa di un uomo che per decenni ha segnato il dibattito pubblico di un paese non bastano a far calare un velo di maya sulle molte contraddizioni che questi aveva in sé in quanto “uomo che ha mangiato la mela” (passatemi l’espressione non molto laica) fatto cioè di luci ed ombre a discapito dell’ammirazione che gli si può tributare: una firma sempre in prima pagina e un volto sempre in prima serata non possono dopo un tempo così limitato pensarsi scomparse con la persona e per questo è irrazionale pensare di riservare a questo le stesse celebrazioni che possono essere tributate ai cosiddetti “eroi sacri” di una nazione. Non stiamo parlando di un monumento dedicato ad un uomo vissuto in un periodo storico ormai lontano, come ad esempio i vari eroi risorgimentali raffigurati sopra la terrazza del Gianicolo, ma di un giornalista che ha vissuto da protagonista l’Italia monarchico-fascista e l’Italia repubblicana e per questo porta sulle spalle il peso di queste due grandi esperienze. Quando si parla di Indro Montanelli non si parla di un personaggio a noi estraneo, tanto che anche i “millennials” ne parlano come di una figura dei loro anni e appartenente al loro mondo. 

Possiamo quindi affermare che Montanelli non è ancora passato al vaglio della storia e per questo la collocazione di un monumento celebrativo è stata eccessivamente affrettata. Ma il monumento ora c’è e, come abbiamo già ricordato, il dibattito si articola tra chi lo vorrebbe rimuovere e chi invece pensa che questo debba essere lasciato lì dove si trova. Parlando di monumenti si parla di simboli, che a seconda dei casi possono avere un valore identitario o estetico, celebrativo o di memoria, ma sempre caratterizzati da un aspetto fondamentale: essi devono essere soprattutto unitari, poiché divenendo parte integrante dei territori in cui vengono collocati non possono essere motivo di divisione e di discordia per chi quei luoghi li vive nella propria quotidianità. Tornano attuali le parole di Umberto II che parlando appunto di un simbolo quale il “modello monarchico” affermava che questo non potesse reggersi su uno scarto estremamente ridotto di percentuali poiché o era percepito come un “simbolo caro” o non era nulla. Analogamente un monumento celebrativo di questa portata: esso o è accettato e ben voluto all’interno del contesto urbano dove viene eretto o perde di valore rischiando così di diventare oggetto di cattivo gusto o un elemento indifferente.

Considerato che la statua in questione non ritrae solamente una firma storica del giornalismo italiano, ma anche (o soprattutto) un uomo che a seguito dell’occupazione imperialista dell’Abissinia acquistò una bambina di dodici anni trasformandola nella propria schiava sessuale e che, non avendo mai riconosciuto la gravità del proprio comportamento, ha di fatto continuato a legittimare uno stupro di cui non va ignorato l’aspetto sistematico della violenza caratteristico di quei rapporti prevaricatori tra colonizzatore e colonizzato, c’è da chiedersi se non sarebbe più appropriato esporre questo monumento in un deposito comunale piuttosto che in una piazza pubblica. Non per il piacere fine a se stesso di far processi alla storia (che a dire il vero non sarebbero così ingiustificati), ma soprattutto per permettere ad un nome una storicizzazione graduale e non imposta, nonché ad un morto di riposare lontano dal dibattito pubblico.

Certo è che questa vicenda apre nuovi interrogativi su come ripensare le città. Quali sono i criteri per l’intitolazione di monumenti, piazze e strade? È giusto che una persona scomparsa da un tempo relativamente breve venga subito celebrata come una sorta di biblico vitello d’oro? Ma soprattutto forse ciò che questa vicenda vuole suggerire è di ripensare il nostro modo di immaginare l’urbanistica: è ormai tramontato il tempo di busti bronzei e degli uomini di marmo per le strade delle metropoli? Di fronte allo scandalo suscitato dal bronzo di Montanelli ci si chiede a buona ragione che valore possono oggi avere altri monumenti pensati come celebrativi, ma che ammirati non destano alcun sentimento degradando così a mera funzione ornamentale. È ormai anacronistico il concetto di monumento come immagine capace di destare sentimenti romantici? È forse la fama che uno conquista con le proprie stesse mani l’unico monumento destinato a durare per sempre?

Enrico Bruni 

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